Trend Alert: i docu-reality su moda, produzione, commercio

Next big thing

The Next Big Thing

Il primo è stato il GF. Poi sono venuti reality di varia natura la cui trama ruotava intorno alla sopravvivenza di ex famosi o alla cucina di chef improvvisati. A cui sono seguiti quelli sui cantanti, sui ballerini, sulle modelle, sulle agenzie di modelle, sul trovalavoro, sul trovalavoro anche permanente e forse dallo anche ai precari. E’ stata quindi la volta di stylist, designer, artisti, stilisti di moda. Ci hanno provato anche le redazioni di moda (Elle Usa in particolare, che da celebrity da reality è passata a stagisti semi-reali a veri redattori), introducendoci alla vita delle riviste glossy.

Non sempre questi format televisivi hanno successo, e da questo dipende ed è dipesa, l’esportazione di prodotto.

Dalle redazioni alla vita dei buyers il passo è breve e collegato (così che il nostro stato di invidia verso professioni creative e soddisfacenti non possa che crescere). Un nuovo docu-reality è appena iniziato in Uk, The Next Big Thing, programma che segue buyers di presigiosi store (Liberty, Boots, Habitat), nel loro percorso di ricerca di prodotti nuovi e interessanti. Istruttivo, ma di stampo tipicamente anglosassone (marketing, aggressività e capacità di vendersi – prima regola del vendere -, anche quando questi buyers sembrano avere due anni e due giorni di esperienza), è una finestra su alcuni protagonisti che ora riconosciamo grazie agli street photographer, ma che un tempo era noti solo agli addetti ai lavori. Un esempio? Yasmin Sewell ed Ed Burstell di Liberty (che adottando tecniche moderne di comunicazione – dai blogger ai reality – sta trasformando il suo stile di store da vecchia Inghilterra a terra del cool). Il filmato mostra una giornata (open day) in cui questi professionisti incontrano creativi che rappresentano loro stessi e i loro prodotti, senza intermediari di mezzo. Degli artigiani in breve, con pochi contatti.

Il reality che non vedremo anche se tanto anticipato da Mtv (che lo ha rigettato dopo averlo approvato), è quello che la reginetta di The Hills, Lauren Conrad aveva realizzato. Un dietro le quinte sul suo lavoro di stilista. Magari qualcuno più furbo lo comprerà restituendolo alla tv (e Mtv si merita tutto il successo di Jersey Shore, il reality più trash mai realizzato, che visto il genere televisivo già non di gusto, dice tutto). Ma nel frattempo chi riesce, segua The Next Big Thing, per capire i meccanismi di commercio e creatività (già per altro documentati nel caso di Claire English in High Street Dreams).

Le lezioni imparate oggi sono diverse:

  • Alla fine, come si vede, l’idea originale è una, che viene quindi declinata in tutte le forme possibili fino al suo totale esaurimento. Lo fa la tv, lo fanno i creativi
  • Tutti, ma proprio tutti, vogliono andare in tv, e possibilmente avere il proprio show, perché è la cosa che più di ogni altra, insieme al cinema, ti fa conoscere, riconoscere e quindi diventare ricco e famoso
  • E’ “rassicurante” vedere che chi realizza prodotti artigianali (qualsiasi sia la loro natura, gioielli, sciarpe, vasi o altro) è molto naïve sotto il profilo commerciale. Perché non si può sapere tutto ed avere esperienza in tutto
  • Infine mi trovo in una situazione di incertezza sulla solita questione, e cioè, si emerge per capacità o per conoscenza? Molte cose che vediamo sono il frutto dei giusti contatti dagli amici/conoscenti ai colleghi e uffici p.r. (e non solo chi fa moda, ma chi scrive per giornali, chi pubblica libri, chi organizza eventi e mostre e così via). Molte cose che vediamo sono il frutto di un’idea valida. Perché in tanti che ci provano solo pochi dicono qualcosa di veramente nuovo. E come ci sono cantanti che stonano e pensano di essere Beyoncé, ci sono designer che fanno delle cose scadenti e pensano di essere Alexander McQueen o Tiffany. Siamo molto più mediocri di quello che vorremmo ammettere…
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2 commenti

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2 risposte a “Trend Alert: i docu-reality su moda, produzione, commercio

  1. Martina

    Secondo me l’ultima resta la Domanda delle domande, un mistero gaudioso e spesso doloroso, di cui forse ci verrà data soluzione solo nell’aldilà… Scherzi a parte, sono molto d’accordo in particolare sulla prima e ultima parte : 1) se fossi una designer che campa di quello e avessi una buona idea, ammetto che la spremerei come un limone fino allo sfinimento mio o della clientela 2) come tanti che si improvvisano tecnici di calcio durante le partite, anch’io spesso sono una “designer wannabe” e capisco che un conto è avere belle idee, ma poi metterle in atto nel modo giusto richiede tanto tanto studio e capacità

    • se si crede nell’aldilà 🙂

      A parte il credo personale e l’ironia, l’esempio perfetto lo vedo in Alexander McQueen il cui uso di teschi non sembra esaurirsi e nonostante la ripetizione il successo continua perché dai trend setter iniziali è arrivato ora a tutti.

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