British Style Vs. Italian Style

Luella's guide to British Style

Luella's guide to British Style

Ho tra le mie mani un libro dall’aspetto molto carino, a partire dalla copertina, in tela besciolina un po’ sbiadita e lisa. Sembrerebbe un’opera vintage o volgarmente detto, un po’ vecchia. Credo invece sia stata studiata appositamente così, perché rifletta l’immagine (che tutti conosciamo e riconosciamo), volutamente trasandata del puro stile inglese. Il libro infatti è Luella’s guide to English Style, una guida sullo stile inglese.

Luella è Luella Bartley, la designer che ha recentemente chiuso l’attività per questioni economiche.

Strano come ognuno abbia le sue “fisse”. Non le avrei addebitato tanto valore (come designer intendo). Conoscevo il nome, ma a dire la verità non riesco a ricollegarlo ad uno stile specifico. Invece è un personaggio amato dalla stampa britannica. Probabilmente perché molto chic and shabby secondo tradizione british style. Probabilmente perché la stilista ha lavorato in ambito editoriale anche per Vogue.

Luella's guide to British Style

Luella's guide to British Style

Nel corso della lettura, si parla con stima del gusto inglese e di alcune costanti che rispecchiano lo stile di vita della nazione. Punto d’orgoglio di cui vanno fieri sono ad esempio la fase ribelle adolescenziale, l’abbigliamento stravagante, la tradizione aristocratica. Cose non necessariamente tutte positive, ma che gli inglesi riescono a spacciare per buone. Il contrario di quello che noi italiani facciamo, orgogliosi sì, ma poi no a conti fatti (sempre a parlare che i giovani sono bamboccioni ma anche precari a vita, che non si muovono abbastanza e bla bla bla, quando si potrebbe fare leva invece sul valore della famiglia ma non inteso in senso cattolico, quanto inteso come frutto di civilizzazione. Ovvero, risultato di una civiltà che ha superato la fase della lotta per la sopravvivenza, è progredita, per tanto non alleva più secondo un principio di giungla per cui ce la si deve cavare da soli).

Ci sono delle immagini che trasmettono il senso di stile di una nazione. Nel caso dello moda e della nazione inglese, ricorrono spesso i nomi di Marianne Faithfull e la duchessa del Devonshire, che vestita di perle e Wellingtons, nutre le sue galline (da leggere come la ribellione rock e l’aristocrazia latifondista). Che Luella cita orgogliasamente come modelli ispiratori.

Ho pensato, e se dovessimo fare noi dei nomi ispiratori del gusto italiano (non inteso come Made In)?

Dato che siamo riconosciuti per lo stile ma anche per il trash, ho stilato due nomi che battono i suoi. Ho eliminato i vari Sofia Loren, Monica Bellucci, Raffa nazionale, Patty Pravo (ehm, non mi vengono in mente presenze giovani) e ho messo due nomi che ci identificano:

  • Miuccia Prada. Perché la moda caratterizza l’Italia come la musica l’Inghilterra e perché ha appena consegnato il Turner Prize a Londra (in coincidenza con l’apertura del nuovo negozio Miu Miu a New Bond Street e poi non ditemi che non è abile e questo non è marketing strategico e che il brand Miu Miu non è in crescita rispetto a Prada)
  • Rita Levi Montalcini. Perché l’anomalia è una costante che caratterizza l’Italia e lei, una delle menti più brillanti del XX secolo, è un’anomalia del sistema disordinato all’italiana, che produce costanti (Rubbia, Fo ecc.)

Pochi paesi hanno una storia di tribù e street style come l’Inghilterra, ma nonostante le differenze di stile e di cultura e di gusto, ci sono dei fenomeni globali, come i buchi alle orecchie, i tatuaggi, Topshop, che si ripetono un po’ ovunque, da qui a lì, da lì ad altrove.

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4 commenti

Archiviato in Chiacchiere di moda, Le classifiche de La Gazza

4 risposte a “British Style Vs. Italian Style

  1. Martina

    Preambolo: ti seguo da un po’ di tempo e vorrei farti i complimenti per gli articoli che scrivi, sempre interessanti e rivelatori di un profondo senso critico. Mi piace inoltre la tua visione di “trend” e nello specifico del gioiello contemporaneo come specchio dei tempi, idea che si adatta alla realtà nella gran parte dei casi. Chiusa premessa.
    In questo tuo post, sono molto, ma molto d’accordo sul concetto di famiglia vista come base di una civiltà solida e solidale e in fondo come fondamento del welfare state.. e mi fa davvero rabbia vedere come in Italia venga sempre menzionata solo per convenienza. Scusa lo sfogo, complimenti ancora

    • Ciao Martina, grazie delle belle parole.

      Qualche tempo fa, in tv avevo sentito il commento di un sociologo (di cui purtroppo non ricordo il nome, ma è famoso e non è quella banalità di Alberoni), che attribuiva alla famiglia e al lungo soggiorno dei giovani in casa, un valore importante. E faceva gli esempi di quei paesi dove i ragazzi (e anche gli adulti) se perdono il lavoro si trovano in strada. Cosa che avviene in percentuali molto inferiori in paesi come l’Italia o la Spagna.

      Una delle poche volte che l’ho sentito dire, perché è come hai detto tu, frutto di una civiltà solida e solidale. Invece tra le menti mediocre che occupano posti importanti, va di moda dire il contrario e prendere esempi da paesi di tradizioni molto diverse da quelle italiane (Inghilterra, Olanda ecc.). Il che è un atteggiamento stupido e negativo, perché chi lo dice che il modello anglosassone o nordico è migliore di quello latino? Senza dimenticare il fatto che, sono realtà molto diverse, che si sono sviluppate in quel modo per ragioni evidenti. La famiglia è per l’Italia, quello che lo stato è per altri…E significa anche non conoscere la propria storia e non saper puntare sui propri punti di forza

  2. Giulia

    Ciao Margherita,
    sarò ripetitiva, dopo aver letto il post di Martina, ma volevo dirti che sono contenta di esser riuscita anche in questi giorni frenetici a leggere il tuo blog: le tue riflessioni sulla famiglia mi sono proprio piaciute. Amo molto Londra e UK ma non sono mai riuscita a comprendere il loro atteggiamento nei confronti della famiglia quasi di vergogna. E poi, scusami se sto andando un po’ oltre, abbasso le boarding school meglio la sana famiglia con genitori (mentalmente presenti) che seguono i bambini/ragazzi nella loro evoluzione e li aiutano ad accettare le difficoltà che la crescita comporta.

    • Ciao Giulia, grazie di leggermi nonostante gli impegni. Molto onorata!
      Sì anch’io trovo strano il comportamento inglese e in generale dei nordici che tra l’altro fanno bambini da giovani e pure tanti (escludiamo il caso dei giovanissimi che rappresenta invece disperazione e un problema oggettivo), il che sembrerebbe far pensare che gli piace l’idea di famiglia. Però appena raggiungono i 18 anni è come se si riconoscessero come corpi estranei e ognuno segue i propri percorsi. Sono in generale molto più duri dei latini, affrontano con grinta e coraggio le cose, non hanno paura, ma allo stesso tempo è come se seguissero ancora l’istinto di sopravvivenza. E questo si riflette poi in adulti molto chiusi che si sfogano poi in altro modo. Noi italiani (e in generale i latini) siamo anche troppo solari, non ci avventuriamo, ma siamo meno repressi.
      In realtà sono due culture molto diverse ognuna delle quali ha delle forme di “egoismo” a cui non rinuncerà mai.

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