Scuole di design Vs. apprendistato in bottega…

 

scuole di design Vs. l'apprendimento in bottega

 

Riprendo subito il filo del discorso post commento di Giulia su I gioielli scultura di Osanna Visconti (di Modrone), per non perdere la concentrazione, visto che dai privilegi la conversazioni ha messo in luce altri aspetti e diverse opinioni.

Scherzosamente dico che, vista la fortuna che alcune persone si portano dietro con i loro cognomi, un po’ di “sofferenza” la devono subire anche loro. Quindi se si lanciano commenti cattivi sulle loro reali capacità, alla fine sopravviveranno…

Seriamente dico che Giulia ha sottolineato un aspetto che esiste oggi più di ieri, riguardo alla formazione e all’apprendistato di un mestiere. Questo ormai vale per ogni settore. Ora noi ci confrontiamo con il design del gioiello, ma è lo stesso per la moda, il giornalismo, l’architettura e così via. E lo sarà sempre di più.

Le scuole hanno permesso l’istruzione e la formazione per lavori che prima si apprendevano in bottega. E come dice lei, un accesso di tipo democratico, aprendo le porte di alcune professioni, anche a chi non faceva parte dell’ambiente. Difficile immaginare oggi un percorso diverso.

Io non so quale sia il sistema migliore, né penso che chi non segue una formazione scolastica abbia meno senso estetico di chi esce da prestigiosi istituti. Così come non credo il contrario. Ovvero che chi pratica è più abile di chi teorizza. Ed è scontato dirlo, ma lo faccio lo stesso, che l’ideale sarebbe la combinazione di buoni studi, apprendistato in bottega, imprinting familiare (ovvero vivere in un ambiente dove si respira quel mestiere). Ma a parte l’oggettiva, anche se non impossibile, difficoltà della cosa, non garantirebbe successo. Perché il talento non lo si crea. E’ l’unica cosa più ingiusta delle origini nobiliari. Perché come quelle, non lo si sceglie. Accade.

C’è chi sceglie di studiare, chi segue questo percorso perché l’accesso alla professione non gli permette la bottega. Sul fatto che le scuole riescano a formare veramente, difficile dirlo. Ci sono sempre più corsi e sempre più lamentele che le scuole non servono. Io con scuole non intendo solo corsi universitari e para-universitari quadriennali, ma anche quelli più brevi.

Io però noto una cosa. Forse è una mia predisposizione, ma trovo che spesso chi fa certe scuole tenda a raffinare il proprio gusto, centrando uno stile, che manca spesso agli artigiani puri, che sono bravissimi nel fare, ma non hanno una visione d’insieme completa, un percorso. Oltre al fatto che, le scuole facendo una selezione per capacità, dovrebbero fare una selezione di talenti (ma non è proprio così, anche perché sarebbe altamente non-democratico). Respirare sin da bambini l’aria di un mestiere, è la disciplina migliore, perché l’imprinting è qualcosa che diventa parte della propria persona. Per questo alla fine non riesco a criticare più di tanto “designer” come Delfina Delettrez e Gaia Repossi. In fin dei conti dovrebbero avere nel sangue, l’arte del gioiello.

Ma quello che conta, ripeto, è la visione, la coerenza di stile, e la Azagury forse ha questo, che come art director riesce a trasmettere agli altri, che realizzano le cose.

Nella storia ci sono anche personaggi come Mies van der Rohe, grande architetto del minimalismo, che non ha mai compiuto studi di architettura. Ma è molto raro. Anche Damien Hirst, nonostante non sembri dimostrarlo, ha fatto studi tradizionali legati all’arte. Prima di distruggere l’arte, la devi conoscere 🙂

E tutto ciò mi ricollega a quanto Malcom Gladwell dice in Outliers. E mi porta a concludere che alla fine quello che conta è il tempo impiegato a fare qualcosa. Se sotto forma di studio o di pratica poco importa, ma quello che conta sono le ore spese su quello che diventerà un mestiere. E questo lo si può fare generalmente in una fase della propria vita: quando si è giovani e si studia e si spendono quantitativamente tante ore su di una stessa cosa. Ma con ossessione e con insistenza e con perseveranza. Altrimenti riuscirebbe a tutti. Il libro di Gladwell è così così, ma la teoria, che io ho probabilmente ultra-elaborato, è affascinante (naturalmente non va dimenticata la solita parte del creare un brand, una storia che faccia vendere, la Azagury secondo me ne sa qualcosa a questo proposito).

p.s. in quanto alla Visconti, io trovo che i suoi gioielli siano belli, ma quello che mi dà fastidio è il fatto che non è lo stile che le porta servizi sulle riviste e presenza nei concept store. Perché se fosse il talento a generare quel tipo di presenza, allora, riuscirebbe a tanti designer. E noi sappiamo che non è così. Poi che la gente abbia una considerazione superiore delle proprie arti, questo è un altro punto su cui si potrebbe continuare a discutere.

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