Dalla Nouvelle Vague alla moda retro-style

Nouvelle Vague revival: retrospettiva Jean-Luc Godard

A Londra si parla molto del cinquantenario del film A bout de souffle di Jean-Luc Godard. I giornali hanno profuso parole di stima nei confronti di un regista e di un movimento la Nouvelle Vague, capace di sovvertire i canoni cinematografici di un’epoca. I cinema hanno e stanno ri-trasmettendo il film. Le gallerie gli dedicano mostre. I musei rassegne (nelle sale del brutale Barbican, ho visto The Surreal House e Le Mépris-Il disprezzo). E riescono DVD (ho fatto incetta di cinema francese!).

A guardare questi film, si rimpiange un po’ un certo periodo. La pulizia della trama, la bellezza dei dialoghi, il coraggio di rompere gli schemi, le capacità recitative delle protagoniste, che se anche bellissime, erano delle attrici non dei manichini inanimati (non è un caso che siano diventate delle vere – in quanto durature – icone). Brigitte Bardot non è solo un sex symbol, è anche brava e naturale e bella. Catherine Deneuve anche di più. Jean Seberg ancora di più (non è vero sono tutte allo stesso livello).

Oggi si pensa che il botulino possa dare a chi non ha, qualcosa. Ma non è vero. Bisogna accettare la bellezza pura. C’è chi ce l’ha di natura e chi no. Come il talento, l’intelligenza. Non è giusto, ma la vita non è democratica. E la storia di questi anni che vuole sfidare le leggi della natura e dimostrare che tutti possono accedere, fare, avere successo, oltre che una balla perché poi non tutti accedono, ha solo fatto aumentare la mediocrità (ma chi vuole comprare e ascoltare un CD di un non-cantante? Ma chi vuole pagare per vedere ballare, recitare, presentare una non-ballerina, una non-attrice, una non-presentatrice?).

Retro style Fendi Peek-a-boo e occhiali Tom Ford

E la moda ha avuto questa riscoperta di gusto rétro-style, per gli anni fine Cinquanta inizio Sessanta. Ora, io non ho visto dei riferimenti espliciti al cinema di Godard, quindi non credo che ci abbiano pensato, ma di fatto la coincidenza c’è stata. E se nei cinema torna All’ultimo respiro (che poi mi sa che in Italia non ci torna proprio, quindi ho conferma che la moda non ha avuto questo intuito godardiano), nelle passerelle si sono visti meravigliosi quanto impraticabili vestiti a sbuffo (Prada, nonostante i prestiti bancari, è avanti), nei negozi occhiali cat-style (Tom Ford è molto avanti) e borse da brava signorina (ma Fendi è anche più avanti con la Peek-a-boo, ormai in vendita da qualche stagione).

Le citazioni postume non valgono, tipo quella delle sorelle Rodarte, che hanno ridisegnato la t-shirt New York Herald Tribune indossata da Jean Seberg in A bout de souffle.

E questo mi ha fatto pensare che oggi si mette l’etichetta a tutto, mentre una volta erano lavori anonimi di sartoria. Chi ha avuto quell’idea meravigliosa della t-shirt? Lo sceneggiatore, il regista, la costumista? Quanto vorrebbero gli sponsor di oggi, avere un’idea così azzeccata e immortale. Come le borsette non-firmate indossate dalle protagoniste dei film di una volta (prima dell’arrivo di Hermès, Cardin e Givenchy, mi sa i primi ad aver capito il valore del brand).

Sono pazza di Godard. Sarà che mi identifico nell’incomprensione linguistica fortemente voluta dal regista nei suoi film, dove tutti sono stranieri e parlano una lingua diversa e chiedono, ma che vuol dire questo? Tradotto: se mai li guarderete, fatelo in lingua originale.

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